pensierifluidi

1 aprile 2012

It’s hard..

Stamattina sembrava novembre e, nella mia testa, risuonava questo:

 

..it’s hard to kill a bad thing but it’s hardest to kill a good one..

Poi il vento ha spazzato via le nuvole ed è tornato il sole.

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24 novembre 2011

Traslochi/1

Filed under: pensierifluidi — franpiedifreddi @ 00:01
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(da pensierifluidi.splinder.com)

Com’è, come non è, da qualche settimana si dice in giro che Splinder chiuderà baracca.
La fine del mondo degli splinder-blog doveva essere adesso, il 24 novembre.
E allora via, tutti ad impacchettare racconti e ricordi, notizie e memorie; cercare nuove location, renderle accoglienti, riaprire le scatole di ricordi e racconti, magari rispolverarli un po’, trovare loro un posto, come soprammobili.
L’ho fatto anch’io, con l’aiuto dell‘Ostelinus. (Grazie stragrazie!)
E questo doveva essere l’ultimo post prima del grande switch-off.
Ma, come nelle migliori profezie, adesso, il 24 novembre, non succederà proprio nulla.
Succederà qualcosa, forse, il 31 gennaio, o almeno così dicono.
Meglio così.
Non è un buon tempo per i traslochi, questo, anche se ce ne sarebbe davvero bisogno.

27 agosto 2011

Scoramenti

Filed under: pensierifluidi — franpiedifreddi @ 20:55
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..prima, in un momento di sconforto, ripensavo a questa cosa qui.
..e nella mia testa risuonava questa canzonequi.
..poi lo sconforto è passato. Un po’.

19 maggio 2011

Migrazioni

La cosa che più conta di un viaggio è non smettere di viaggiare. Non cedere alla tentazione di fermarsi è ciò che dà senso all'andare, ciò che lo rende veramente utile e veramente bello. Agli occhi di Dio, agli occhi dell'Universo, agli occhi di chi incontri nel cammino.
(Maurizio Maggiani)
 

Un nuovo viaggio, un nuovo ritorno. E non è la prima volta che ritorno in un luogo già visto.
Sto leggendo un libro di Maggiani, Il viaggiatore notturno. Parla di migrazioni. Dice: “In realtà i migratori non vanno da nessuna parte, i migratori ritornano, sempre e soltanto. Il loro andare e venire è un perpetuo ritorno”.
Sono forse anch'io una rondine, una migratrice? Più volte sono tornata in un luogo, in un tempo, in una situazione.. Perché? Per vedere se qualcosa è cambiato? Per vedere se sono cambiata io? Forse.
E qualcosa stavolta è cambiato. Se non qui, alla metà del mondo, di là, dall'altra parte dell'oceano.
E tra qualche settimana, finita questa migrazione, sarà bello ritornare.

8 aprile 2011

Tanti piccolissimi pezzettini

Filed under: pensierifluidi — franpiedifreddi @ 19:44
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Fin da bimba, tra i miei passatempi preferiti, c'erano le attività e i giochi in cui si realizza qualcosa a partire da frammenti di qualcos'altro. Collage, mosaici, perline, puzzle, Lego, Tetris.. cose così..
Posso ancora sentirlo pizzicare nel naso rivolto all'insù: l'odore dell'incenso e della magia di quelle piccole tessere di vetro colorato, insignificanti se prese una ad una, e divenute la meraviglia delle cupole di San Marco a Venezia..
O l'appiccicare delle dita dopo ore passate a ritagliare vecchie riviste e incollare scampoli di carta colorata, ruvida, patinata, lucida, inventando ogni volta figure nuove..
E le serate trascorse quasi stesa sul tavolo di cucina, in sottofondo la sigla di Quark o del LunedìFilm, a giocar con le costruzioni.. i Lego.. i Lego!!! Un genio il danese che li ha inventati! Costruivo perlopiù case: mattoncino su mattoncino ottenevo graziose villette a due piani, col giardino e i fiorellini di plastica, lo steccato colorato.. che pena dover distruggere tutto all'ora di andare a dormire!
Quando si ha a che fare col Tetris, invece, ci vuole occhio. Deve bastare uno sguardo rapidissimo per capire come combinare i pezzetti, girarli e rigirarli, trovare l'incastro perfetto: l'abilità di mettere le cose in ordine. Come coi puzzle, che per me sono una vera e propria droga, fedeli compagni delle notti insonni. Lì sì ogni singola parte deve trovare il suo posto. Si comincia facendo ordine, separando cromaticamente le tessere; si parte da un angolo; si prosegue col bordo e via via tutto il resto.. pezzetto dopo pezzetto si costruisce un disegno, un quadro, una storia, una vita. E alla fine lo si guarda, soddisfatti ma un po' malinconici: il divertimento è finito.
Un'altra cosa che facevo volentieri è costruire castelli con le carte. La pazienza, la delicatezza, l'attenzione. Una carta alla volta, a volte trattenendo il respiro, un'altra, e un'altra ancora, osando sempre di più, sfidando la gravità e la precarietà del materiale. E, ad un certo punto, fai una mossa coraggiosa, aggiungi un'altra carta.. ma basta un movimento, un solo movimento, lieve e brusco al contempo e il castello crolla rovinosamente. E resta solo un mucchietto di carte.
Tanti piccolissimi pezzettini.

27 gennaio 2011

Le memorie, i ricordi, il senno di poi..

da l'Unità del 26/01/2011

Primo Levi
«Dal fascismo ad Auschwitz c’è una linea diretta»
L’intervista ritrovata.
Il grande scrittore in una conversazione inedita del 1973 con un giovane studente.
«Oggi “Se questo è un uomo” lo riscriverei completamente, per mettere in luce le responsabilità italiane nella Shoah»
di Marco Pennacini

La politica:
«Il mio libro? Oggi verrebbe fuori una cosa completamente diversa: metterei in risalto il suo valore politico…»
Nel campo:
«Immagazzinavamo tutto voracemente, ci interrogavamo a vicenda per sapere ciascuno la storia degli altri»
Invenzioni tricolori:
«Lo sterminio industriale è tedesco. Ma la violenza a scopo politico in questo secolo è un’invenzione italiana»
I giovani:
«Queste cose vengono sentite come arcaiche, come i garibaldini, come la rivoluzione francese, qualcosa di molto lontano…» 
Primo Levi, come mai ha voluto scrivere "Se questo è un uomo"?
«Perché ero appena ritornato dalla prigionia, e avevo un tremendo bisogno di raccontare queste cose, un bisogno che diventava ossessione.(…) Nel lager cercavo di immagazzinare tutto, di mettere tutto in una specie di tasca».
Allora vedevi già con un occhio più distaccato quel che ti succedeva…
«No, non era possibile. Nel lager c’era il problema di sopravvivere. Sì, avevo una vaga idea di sopravvivere per scrivere, questo sì, mi ricordo di averlo detto a qualcuno. Addirittura quando ero in laboratorio e avevo una matita e un quaderno ho scritto qualche pagina».
Che poi hai perso…
«L’ho persa, l’ho scritta così, per l’urgenza di scrivere, sapendo benissimo che poi l’avrei persa». Certo.
«Ma era molto importante per me allora la possibilità di diventare un testimone, lo sentivo già allora. Non solo io, ma un po’ tutti, tutti quelli con cui si parlava dicevano: “È importante sopravvivere per poterlo raccontare perché il mondo le sappia queste cose”. Avevamo piena consapevolezza: però non è che questo ci permettesse di fare gli esploratori del lager. Non era possibile, c’erano questioni immediate, come quello di trovare un pezzo di pane, di proteggersi, di aver salva la vita. Quindi io e altri immagazzinavamo tutto voracemente, tutte le esperienze. Anzi, ci interrogavamo a vicenda per sapere ciascuno la storia degli altri. Ed effettivamente cadevano su un terreno buono, perché queste cose sono indimenticabili. Io ancora adesso mi ricordo le facce di gente vista trent’anni fa».
Le facce?
«Le facce. Tanto che quando mi è successo, come mi è successo, di ritrovarne qualcuno, l’ho subito riconosciuto, e lui me. Ho riconosciuto, ho ritrovato Pikolo, quello del canto di Ulisse… Jean…»
E questa discussione su Ulisse, si è svolta veramente?
«Non c’è niente di inventato nel libro. Non c’è nulla di inventato. non una parola.(…) L’unica autocritica che potrei fare è quella che non ho messo in luce abbastanza questa validità politica del libro».
Parli di “Se questo è un uomo”?
«Se non lo avessi scritto allora lo scriverei adesso».
Ma lo scriveresti con le stesse intenzioni?
«No».
Come un documento?
«No: lo scriverei, in primo luogo, con lo stile di un uomo che ha trent’anni di più, e trent’anni di più vogliono dire molta esperienza in più e molta vitalità in meno. Quindi non so cosa verrebbe fuori: verrebbe fuori una cosa completamente diversa. Soprattutto però lo scriverei oggi con riferimento preciso al fascismo di oggi che nel libro non c’è. Quando ho scritto Se questo è un uomo il fascismo era finito, non c’era più, era chiaro come il sole che non c’era. Era finito di fatto, era stato sepolto, come partito politico non c’era né in Italia né in Germania. Ma se lo scrivessi oggi… userei il mio libro come uno strumento».
Lo strumentalizzeresti, diciamo…
«Sì, già lo userei come strumento. Lo faccio quando vengono i ragazzi a parlarmi. Tendo a mettere in chiaro che c’è una linea diretta che parte dalle stragi di Torino del ’22, Brandimarte (capo delle squadre d’azione fascista: è lui a guidare la strage che a Torino, il 18 dicembre del 1922, porta alla morte di 14 antifascisti e alla distruzione della Camera del Lavoro. Nel novembre del 1971, al funerale, un reparto di 27 bersaglieri del 22 ̊ reggimento fanteria della divisione Cremona, al comando di un ufficiale, rende gli onori militari alla sua salma, ndr), e finisce ad Auschwitz. C’è una continuità abbastanza evidente».
Sì, c’è una continuità, ma hai detto che lo sterminio riguardava i tedeschi, no?
«Stiamo parlando di qualcosa che è stato inventato in Italia e perfezionata in Germania»
Ah! è stata inventata in Italia…
«Le prime stragi fasciste sono italiane… sono torinesi».
Pensavo che…
«Lo sterminio industriale è tedesco. Ma la violenza a scopo politico in questo secolo è un’invenzione italiana».
Ho capito.
«Il fascismo è un brevetto italiano, eh!»
Purtroppo…
«Torinese, voglio dire. Insomma la strage del ’22…. Era una caccia, una caccia per le strade. Non so se hai letto qualcosa in proposito…».
Sì, qualcosa…
«Brandimarte (…), è morto nel suo letto (…). È stato assolto per insufficienza di prove».
Sì, ma c’è tanta gente ancora che gira…
«Sì, veterani».
Sì,sì.
«Federali. Capi di gabinetto, capi giunta, Almirante: appunto, se scrivessi oggi, metterei più in chiaro questa cosa (…). Quando ho scritto Se questo è un uomo ero convinto che meritasse la pena di documentare certe cose perché erano finite. Adesso non sono più finite, bisogna parlarne di nuovo».
Allora diciamo che lo scriveresti sotto un profilo meno scientifico, più…
«No, penso che non toglierei niente, però aggiungerei molto».
Ah! capisco, e perché non lo fai?
«Perché non si può scrivere due volte lo stesso libro. (…) Come ti dicevo prima, che c’è una linea diretta fra Brandimarte e Auschwitz. Questa linea non finisce ad Auschwitz, continua in Grecia, è continuata in Algeria con i francesi. È continuata in Unione Sovietica, puoi dire di no?» (…)
A proposito di “Se questo è un uomo” e di “La tregua”: credi che servano, diciamo, per educare ad una certa coscienza?
«Dipende dall’insegnante. Il fatto stesso che venga scelto quel testo, testimonia che l’insegnante ha delle buone intenzioni, cosa poi ne nasca non so dirtelo. Ho l’impressione che in generale perché vengono molti ragazzi qui, o mi telefonano per avere delle informazioni che queste cose vengono sentite, appunto, come passato remoto, una cosa un capitolo arcaico, come i garibaldini insomma, come la rivoluzione francese, una cosa molto, molto lontana. Infatti è abbastanza lontana nel tempo, ma… solo nel tempo è lontana»…
(…)

.. e dagli archivi della RAI

 

12 dicembre 2010

Insonnia

Filed under: pensierifluidi — franpiedifreddi @ 05:37
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.. e si accovacciò su un fianco, stringendo il suo orso. Quello di peluche.

6 settembre 2010

D'attese e di cuscini

Filed under: pensierifluidi — franpiedifreddi @ 02:44
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Una donna non chiede mai carezze, se le aspetta.
E quando non le chiede, non significa che non le vuole o che non ne ha bisogno.
(F. Timi)
 

Certe cose le sa solo il cuscino..  

Certe storie segrete le sente solo lui, nel silenzio della stanza.
Certe lacrime pesanti solo lui le asciuga. E son sempre le stesse, anche se cambia la federa, se il lenzuolo è diverso.
Tu le dimentichi, il cuscino ricorda. Tutto. Gli altri ignorano, il cuscino sa.
Che quelli come noi certe cose non le dicono, per pudore, per timidezza, per rispetto, per cortesia, per comprensione. 
E tante cose non le chiediamo, anche se ne abbiamo bisogno.. le aspettiamo.
Che idioti.

31 agosto 2010

Una lista delle cose che..

Filed under: pensierifluidi — franpiedifreddi @ 22:14
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.. di recente mi hanno commosso, fatto venire il magone, la pelle d'oca, le farfalle nella pancia, gli occhi lucidi.. insomma, ci siamo capiti.
  • Eddie Gomez che suona Love Letter (to my father) nella piazza di Mori, l'altra domenica
  • leggere Meccanica Celeste di Maurizio Maggiani
  • questo post e anche questo e, naturalmente, questo..
  • rivedere Di madre in figlia con mia nonna
  • la scena finale di Lost 6×14
  • Carmen Consoli e Quello che sento ai Suoni delle Dolomiti
  • la luce che c'è alle sette del mattino sull'Altopiano di Asiago
  • rivedere I ponti di Madison County (sì, d'accordo.. questa me la sono cercata, manco l'hanno dato in tv.. e chi sa, capisce..)
  • vedere alcuni scatti fatti un anno fa dall'altra parte del mondo diventare una specie di documentario..
  • il pensiero del gesto ripetuto e, immagino, istintivo, di raddrizzare le gambe del mio tavolino Lack Ikea nero..
.. e poi ce ne sono altre che ora non mi vengono in mente, che questo è un tempo un po' così, di quelli con la voglia di fare progetti tipica del settembre che arriva, il solito desiderio di volo ma i pensieri un po' a senso unico, il freno a mano tirato.

7 giugno 2010

Sorpresa! [3]

Filed under: pensierifluidi — franpiedifreddi @ 20:29
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(par condicio)

Io adoro le sorprese.. l’avevo già detto qui e qui.
E spesso, delle belle sorprese non parlo né scrivo.. che sono occupata a godermi la bella sorpresa, scartare il regalo e a gustare ancora per un po’ la scia rimasta all’intorno.

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