pensierifluidi

19 maggio 2011

Migrazioni

La cosa che più conta di un viaggio è non smettere di viaggiare. Non cedere alla tentazione di fermarsi è ciò che dà senso all'andare, ciò che lo rende veramente utile e veramente bello. Agli occhi di Dio, agli occhi dell'Universo, agli occhi di chi incontri nel cammino.
(Maurizio Maggiani)
 

Un nuovo viaggio, un nuovo ritorno. E non è la prima volta che ritorno in un luogo già visto.
Sto leggendo un libro di Maggiani, Il viaggiatore notturno. Parla di migrazioni. Dice: “In realtà i migratori non vanno da nessuna parte, i migratori ritornano, sempre e soltanto. Il loro andare e venire è un perpetuo ritorno”.
Sono forse anch'io una rondine, una migratrice? Più volte sono tornata in un luogo, in un tempo, in una situazione.. Perché? Per vedere se qualcosa è cambiato? Per vedere se sono cambiata io? Forse.
E qualcosa stavolta è cambiato. Se non qui, alla metà del mondo, di là, dall'altra parte dell'oceano.
E tra qualche settimana, finita questa migrazione, sarà bello ritornare.

31 agosto 2010

Una lista delle cose che..

Filed under: pensierifluidi — franpiedifreddi @ 22:14
Tags: , , , , ,
.. di recente mi hanno commosso, fatto venire il magone, la pelle d'oca, le farfalle nella pancia, gli occhi lucidi.. insomma, ci siamo capiti.
  • Eddie Gomez che suona Love Letter (to my father) nella piazza di Mori, l'altra domenica
  • leggere Meccanica Celeste di Maurizio Maggiani
  • questo post e anche questo e, naturalmente, questo..
  • rivedere Di madre in figlia con mia nonna
  • la scena finale di Lost 6×14
  • Carmen Consoli e Quello che sento ai Suoni delle Dolomiti
  • la luce che c'è alle sette del mattino sull'Altopiano di Asiago
  • rivedere I ponti di Madison County (sì, d'accordo.. questa me la sono cercata, manco l'hanno dato in tv.. e chi sa, capisce..)
  • vedere alcuni scatti fatti un anno fa dall'altra parte del mondo diventare una specie di documentario..
  • il pensiero del gesto ripetuto e, immagino, istintivo, di raddrizzare le gambe del mio tavolino Lack Ikea nero..
.. e poi ce ne sono altre che ora non mi vengono in mente, che questo è un tempo un po' così, di quelli con la voglia di fare progetti tipica del settembre che arriva, il solito desiderio di volo ma i pensieri un po' a senso unico, il freno a mano tirato.

8 marzo 2010

otto di marzo

Filed under: Cuciniamo insieme,pensierifluidi — franpiedifreddi @ 12:47
Tags: , , , , ,

Non ho mai amato molto questa "festa".
Non ho mai voluto esprimere un'opinione su questa festa.
Ma per siamodonne.it, oggi, ho scritto questa cosa qui.

——————–
COCADA – DOLCETTI AL COCCO
(UNA STORIA DI DIRITTI, DI LAVORO E DI DONNE)

Ingredienti: 5 tazze di cocco fresco grattugiato fine, 4 tazze di latte, 3 tazze di zucchero, 4 tuorli d’uovo, 2 cucchiai di mandorle o arachidi tostati e tritati, cannella a piacere

Cuocere a fuoco basso, in una casseruola, il cocco, il latte, lo zucchero e la cannella, mescolando di continuo per amalgamare il composto. Togliere dal fuoco e lasciare riposare per 15 minuti. Aggiungere a filo i tuorli sbattendo costantemente. Una volta mescolati bene gli ingredienti, rimettere sul fuoco e fare addensare. Depositare delle piccole quantità della pasta ottenuta, della grandezza opportuna per ottenere dei biscotti, su una lastra unta o carta da forno, quindi spolverare con le mandorle o gli arachidi tritati e mettere in forno a dorare.

La cocada è un tipico dolce esmeraldeño, di Esmeralda, città e provincia costiera, sulle sponde del Pacifico, nel nord-ovest dell’Ecuador, e da qualche anno è diventata una forma di sostentamento per molte famiglie della provincia verde.

Decine di abitanti delle località di Esmeralda si sono uniti in associazioni di produttori, dedicandosi alla preparazione di questo dolce e, grazie all’intervento di Maquita Cushunchic Comercializomos Como Hermanos (MCCH), all’esportazione mondiale. La collaborazione con CTM – Altromercato, permette di trovare la cocada e altri prodotti anche in Italia, negli scaffali dei negozi del circuito del commercio equo.
Il nome dell’organizzazione da già una chiara idea della sua identità e del suo spirito: Maquita Cushunchic Comercializamos como Hermanos. Questo nome, metà in quechua e metà in spagnolo, significa più o meno: “Uniamo le mani e commerciamo come fratelli“.

al mercado
MCCH è un’organizzazione nata nel 1985 da un’esperienza di commercializzazione comunitaria nei quartieri a sud di Quito. L’obiettivo principale è di rendere più giusti i rapporti di scambio e di commercializzazione dei prodotti sia in città che nelle zone rurali. Il problema maggiore per gli artigiani di queste zone è rappresentato infatti dagli intermediari che acquistano i prodotti finiti a prezzi a volte inferiori ai costi di produzione.
I gruppi artigiani da cui acquista MCCH sono costituiti prevalentemente da donne. Partendo dal concetto di uno sviluppo umano sostenibile, MCCH si adopera affinché si raggiungano efficienza efficacia e competitività nel campo economico; partecipazione, giustizia e diritti sociali nel campo sociale ed, infine la sostenibilità nel settore ambientale.

Oggi MCCH è una grande onlus di consumatori e di commercializzazione di prodotti di numerosi gruppi, in tutto l’Ecuador, ma non solo. Nel momento in cui un’organizzazione entra in contatto con artigiani, agricoltori, comunità, famiglie, i settori di intervento diventano molteplici.
Uno dei più importanti è il “coordinamento delle donne” che, oltre ad organizzare la produzione dell’artigianato e altre attività connesse, come la consulenza tecnica e la commercializzazione, offre corsi di formazione nei campi dell’educazione e della sanità.

Uno degli obiettivi di sviluppo del millennio dell’ONU è quello di “Promuovere la parità dei sessi e l’autonomia delle donne”.
sierra La povertà ha un volto femminile. Il benessere globale e la pace potranno essere raggiunti solo quando tutte le persone del mondo avranno il potere di disporre delle proprie vite, e di provvedere al sostentamento delle proprie vite e di quelle dei loro familiari. Le società nelle quali le donne sono trattate in modo più equo si riservano un’opportunità molto più alta di raggiungere gli Obiettivi del Millennio entro il 2015. Ogni singolo Obiettivo di Sviluppo del Millennio è direttamente collegato ai diritti delle donne, e le società in cui le donne non godono degli stessi diritti degli uomini non riusciranno a raggiungere lo sviluppo in modo sostenibile.

Ricordiamolo, donne, stasera, mentre festeggeremo la nostra festa ridendo e ballando. Ricordiamo che per festeggiare davvero c’è bisogno che quell’obiettivo del millennio sia raggiunto, c’è bisogno che non esista una giornata per “festeggiare” le donne o per sensibilizzare il mondo sui “diritti delle donne lavoratrici”. Quando quell’obiettivo sarà raggiunto, basterà la festa del Primo Maggio.

21 settembre 2009

Tiepidi risvegli

Sol, solecito caliéntame un poquito
por hoy, por mañana por toda la semana.
El Sol tiene frío, no quiere salir,
detrás de las nubes se ha puesto a dormir.
Le llama la tierra, le llama la flor
el Sol está sordo es un dormilón.
Los pájaros piden un rajo solar,
sin esa caricia no pueden volar.
Por las calles del cielo que se deje ver
que todos los niños queremos correr.

È curioso l’effetto psicologico del sole: non è ancora apparso all’orizzonte e già mi sento rinfrancata, soltanto a pensare al calore di cui sto per godere.
È quasi l’alba e come ogni mattina esco a fare due passi e qualche fotografia, nella speranza di riprendere, almeno una volta, la cima innevata del vulcano Cayambe senza nuvole.
Il vento s’è placato e tutto all’intorno inizia a prendere il proprio colore. Le Ande sono soprattutto – e letteralmente stanno al di sopra di tutto! – un’emozione. Una presenza assoluta intorno alla quale ha preso forma la vita. Vette innevate che solo il condor può visitare ma che, a volte, dalle spianate di poja dell’altopiano, si potrebbero scambiare per montagne facili da scalare.
Dalla collina a nord scendono velocemente due folletti saltellanti nella loro uniforme escolar azzurra: Luís e Maria sono sempre i primi ad arrivare, la mattina, seguiti ad una figura avvolta in uno scialle arancione, un po’ curva sotto il peso di un altro bebè.
E mentre anche il vento inizia la sua giornata, sconsolata, torno alla mia dimora, a rinforzare il tenue calore del primo sole con quello di un buon the caldo: anche oggi il Cayambe è coperto.

17 settembre 2009

A Pambamarca

Filed under: 2009 - Ecuador,pensierifluidi — franpiedifreddi @ 21:07
Tags: , ,

Potrebbe trattarsi di un paesaggio toscano autunnale di dolci colline brulle, se non fosse per questa sensazione di smisurata vastità – e di solitudine di uomini e animali davanti all’infinito – che è in questa America, la cosa che prima di ogni altra ti emoziona: l’estensione cosmica in proporzione alla scarsezza della sua popolazione, nonostante le masse che si accalcano in alcune città.
Arriviamo poco prima delle 7:30. Oggi è il primo giorno di scuola ma non ci sarà lezione: le maestre- o meglio, profesoras – salutano i genitori e i bimbi e presentano i due nuovi praticanti. Poi viene il turno di Fernando, collaboratore di Pachamama, che ribadisce la disponibilità dell’associazione a sostenere la scuola richiedendo, allo stesso tempo, l’impegno dei genitori affinché continuino a mandare a studiare i propri figli, dal primo all’ultimo grado obbligatorio, cosa per nulla scontata. E infatti sono molti gli assenti. E’ lunedì e probabilmente sono scesi a Cayambe, a lavorare nelle serre di fiori, quei fiori che quotidianamente viaggiano in aereo verso l’Europa e gli Stati Uniti.
E’ vero quello che si dice sui serranos, quelli che vivono quassù sulla sierra.. sono riservati, cortesi si’, ma riservati. Parlano poco, a bassissima voce, solo poche frasi di saluto, il minimo richiesto dalla buona educazione che, di certo, non manca. I bambini mi guardano incuriositi e intimoriti allo stesso tempo.. chissà che pensano di questa viso pallido che passa il tempo a scattare foto, chiedere nomi ed eta, cercare di chiacchierare e dispensare sorrisi..
I bambini di qui hanno occhi grandi, enormi, profondi. Incantano. Potrei guardarli per ore senza distogliere lo sguardo per cercare di cogliere qualcosa, qualsiasi cosa si celi in fondo a quei laghi scuri. Sono timidi, i bimbi di Pambamarca. Non ti saltano al collo al primo incontro in cerca di un abbraccio.. stanno al loro posto, appoggiati ad un muro per ripararsi dal vento, ti guardano, ricambiano un sorriso e abbassano lo sguardo, oppure corrono a nascondersi.
I bimbi di Pambamarca hanno occhi grandi e profondi e guance rosse e screpolate dal sole, dal vento e dal freddo. Sono piccoli, ma già hanno il portamento dei grandi. I maschietti camminano allo stesso modo dei loro padri, come dei gauchos, dondolando leggermente ad ogni passo.. le bimbe, invece, nelle loro gonne e sciarpe colorate, le scarpine a punta impolverate, camminano col mento alto, fiere e decise come le loro madri, nonostante l’immancabile carico sulle spalle.
Camminano e corrono di continuo, su e giù, su e giù per le colline e i sentieri della comunità, rincorrendo un pallone o un cerchio, accompagnando animali al pascolo, raccogliendo legna insieme ai genitori, sorridendo, avvolti dall’ennesima nuvola di polvere alzata dal vento. Chissà di che colore sono i loro polmoni..

Sproloqui notturni ad alta quota

 

Seduta sul muretto, col vento che mi scompiglia i capelli – e fa piuttosto freddo, una gelida notte delle Ande – accendo una sigaretta e aspiro, facendo scendere questo momento nei polmoni, godendo della miglior solitudine che un essere umano possa provare: quella che gli permette di apprezzare la bellezza e l’armonia e il silenzio, sentendosi unico e al tempo stesso parte di tutto, solitario e partecipe, osservatore e protagonista.
Quassù fa freddo, e l’ho già detto. Dormo nel dispensario medico, normalmente utilizzato come magazzino – dato che non c’è un medico o un infermiere o qualsiasi altro servizio sanitario, anche saltuario – e attualmente trasformato in casetta. C’è il letto, con assi di legno e materasso troppo duri pure le mie ossa abituate al pavimento, un tavolo, due seggioline prese in prestito dalle aule scolastiche, un fornello a gas e il pentolame minimo. L’acqua manca, vado a prenderla alla cisterna che sta in cortile: sembra l’acqua della piscina, stra carica di cloro. Il bagno non c’è, utilizzo quello dei miei vicini di casa, Kris e Pato.
Pambamarca non è un posto per andare in vacanza o fare turismo. Se vedi dieci chilometri quadrati di páramo, l’hai visto tutto. Se vedi un lama, un alpaca, li hai visti tutti. Eppure qui c’è qualcosa che mi attrae, qualcosa di indefinibile: tutto ciò che sto scrivendo in questi giorni non è che un vago tentativo di spiegare (e spiegarmi) cos’è.
Quassù, come negli altri paesi di questa America che conosco, c’è la sensazione che lo spazio non finisca mai. Se mi imbatto in qualche rovina, qualche muro diroccato in mezzo al nulla e mi chiedo cos’è successo li’, quali storie si nascondono in quei muri rimasti a stento in piedi. La – poca – gente che si incontra racconta storie spesso terribili, per loro normali. Spesso sono disperati che hanno perfino dimenticato perché lo sono.. perché questa è la loro vita, come lo è stata quella dei loro padri. Praticano la rassegnazione come una specie di disciplina di vita. Sognano di andare via, ma sanno che non partiranno mai. Ai loro figli viene data una possibilità in più: l’istruzione. Strumento fondamentale per l’educazione e la conoscenza, per strapparli dall’ignoranza e dall’emarginazione sociale ereditaria ed ereditata, di cui da sempre – da quando li abbiamo scoperti – sono vittime i sopravvissuti delle popolazioni indigene.
La sigaretta è finita. Una debole luna, quarto calante opposto e gemello a quello che si vede in Europa penzola come un osso. I piedi, di solito semplicemente freddi, stanno perdendo la sensibilità.. ma da qui posso vedere la croce del sud e la stella polare. Nord e Sud. I miei occhi abbracciano la volta esagerata nel cielo stellato.. tremola allegramente, come se rispondesse in maniera affermativa alla domanda che sorge dai miei alluci: vale la pena tutto questo?

11 settembre 2009

Ritratti dall'Ecuador [1]

Filed under: 2009 - Ecuador,pensierifluidi — franpiedifreddi @ 20:41
Tags: , , , ,
Eleanor.. dolce, discreta, infaticabile. Si alza la mattina alle 5, prepara el desayuno al figlio che alle 6 prende l’autobus per andare al colegio. La vedo dalla finestra, mentre si pettina i lunghi capelli neri, ancora umidi dal bagno mattutino, mentre va a dar da mangiare alle galline, a raccogliere la frutta matura nell’orto, ad aiutare la suocera a mungere le mucche.
Poi, verso le 8, torna di nuovo in casa a preparare la colazione per il resto della famiglia, indaffarata nel campo da almeno un paio d’ore.
Una volta sfamati gli uomini, riassetta la cucina, prepara il latte appena munto da vendere ai vicini. Il resto della lunga mattinata procede cosi’, de paseo su e giu’ per il barrio, vendendo, comprando, scambiando. Poi di nuovo al campo.
All’ora di pranzo si siede un momento a riprendere fiato e dice "¿que voy a cocinar?" Ci  pensa un attimo e poi, operosa come sempre, nel giro di pochi minuti imbandisce un pranzo davvero eccellente. "Me encantan las ensaladas", sorride, mentre sminuzza verdure e rivolta la carne che sta friggendo in padella. Dopo il pranzo e il rito del rapido riassetto, al campo, o alla serra a lavorare sui pomodori, fino al calar del sole, all’ora di cena.
Ora sta volteggiando davanti ai fornelli, preparando il sugo per la pasta.. ha lavorato tutto il pomeriggio, non c’e’ tempo per preparare qualcosa di piu’ elaborato.. e comunque e’ il piatto preferito di suo figlio!
La sua giornata terminera’ tra non molto, quando, dopo aver lavato i piatti, augurera’ a tutti la buonanotte e si ritirera’ nella sua stanza, finalmente, a riposarsi.
E domani mattina, mentre sistemera’ i pomodori nelle cassette da portare al mercato dira’, sorridendo, "aquí solo trabajo, nunca descanso".

A Pambamarquito

Il carro, la camioneta, avanza come puo’ sulla strada prima empedrada, poi sterrata, in salita, una metafora della vita, della difficile vita di questa America, traballante nel cuore della sierra, piena di gente e di conflitti e di illusioni, dolori e speranze.
Speranza e’ cio’ che ho visto in fondo allo sguardo di Susana, una bimba di nove anni rimasta senza genitori, con una sorella di poco piu’ grande e una nonna descapacitada. Susana e’ beneficiaria di uno dei progetti che l’associazione Pachamama porta avanti qui, nella comunita’ di Pambamarquito. Per lei, studentessa diligente ma con nessuna possibilita’ economica, e’ stata costruita una piccola casa in cui andra’ a vivere nelle prossime settimane con quello che resta della sua famiglia. La sua vecchia abitazione fatta di mattoni di fango essicato, sta cadendo a pezzi. Come lei, altre tre famiglie della comunita’ riceveranno una casa nuova.
Susana mi accompagna a dar una vuelta tra le case – ed e’ davvero superlativo chiamarle cosi’! – del barrio. Ci fermiamo alla tienda a prendere delle galletas per me e delle caramelle per lei.. e’ impressionante la foga con cui mangiano caramelle e dolciumi questi bambini della sierra, quasi a voler compensare con lo zucchero altre mancanze, magari di dolcezza, di calore.
Sbirciando attraverso le porte aperte e i vetri rotti, tra galline che razzolano e maialini che brucano qualsiasi cosa, mi rendo conto che qui, nelle loro comunita’, lontane dalle strade, dai pochi centri di salute, questi figli rinnegati dalla storia ufficiale, nonostante i rari aiuti internazionali e i lenti cambiamenti nazionali, sono i piu’ poveri tra i poveri di un continente flagellato da numerose crisi economiche. Nessun presidente ha avuto tempo ne’ memoria per loro, nessuno li conta al momento della campagna elettorale.
Eppure sopravvivono, con le loro radici culturali ancora integre, le loro tradizioni vive come la brace, nonostante la miseria e le malattie. E i loro volti scuri sono scavati dalle stesse rughe, da solchi identici a quelli del paesaggio, sono volti con spaccature e fondi di ruscelli prosciugati, volti eterni con il sorriso di una sorgente.

4 settembre 2009

A dar una mirada

Filed under: 2009 - Ecuador,pensierifluidi — franpiedifreddi @ 00:34
Tags: , ,
Pambamarca.
Un luogo dove il petto duole per la mancanza di ossigeno e il paesaggio possiede una bellezza impossibile da descrivere, che si puo’ soltanto rappresentare lontanamente evocando luce, colori caldi, il giallo e l’ocra, in questa stagione secca. M’immagino l’esplosione di verde tra un paio di mesi, quando iniziera’ il tempo della pioggia. Qui le Ande cominciano ad apparire come piccole montagne: poco importa che le vette raggiungano i 5000 metri, quando ci si trova ad un’altitudine di 3600..
Lungo la ripida strada che si arrampica fin quassu’ si incontrano i bambini, nei loro ultimi giorni di vacanza prima dell’inizio della scuola, che accompagnano i loro animali al pascolo: mucche, pecore, capre, asini… alcune donne, di eta’ indefinibile, camminano lentamente, curve sotto loro carichi di legna, foglie, bambini..
Vento e polvere. Nient’altro. Qualche cavallo bruca l’erba rada e ingiallita. Sembra un villaggio fantasma. Vento e polvere. Solo agave, qualche abete e gli eucalipti, piantati poco tempo fa per cercare di salvare dall’erosione le ripide pareti della sierra.
In questa parte del villaggio non vive nessuno.. le case stanno un po’ piu’ in la’, dietro un lieve altura. Qui ci sono solo la scuola e il dispensario medico inutilizzato, che sara’ la mia casa la prossima settimana. E’ questo che mi basta vedere per oggi.
E allora discendiamo lentamente questi mille metri di dislivello, despacio, perche’ il soroche non mi colga, con calma, perche’ qua se constumbra así.

28 agosto 2009

Sì, viaggiare..

Il viaggio non è l’emozione di attimi pericolosi
il viaggio è la gioia del tempo
pericolo è stare rinchiusi.

Pascal diceva che tutta l’infelicità dell’uomo proviene da una causa sola, non sapersene stare quieto in una stanza.
"Notre nature est dans le mouvement… La seule chose nous console de nos misères est le divertissment".
Io non lo so da cosa deriva la mia irrequietezza. So che il bisogno di andare mi accompagna da quando ho memoria. Uscire dalla stanza, dal pueblo.. Cercare. Conoscere. Capire.
Ma nel mio DNA ci sono anche geni sedentari. E allora diventa fondamentale anche avere la certezza di un luogo in cui togliersi le scarpe e appendere il giacchetto. Casa. Tornare. Fermarsi. Capire.
Coazione ad andare. Coazione a tornare. Come gli uccelli migratori. Ma è un circolo vizioso perchè ancora non l’ho trovato il luogo in cui fissare e sentire casa. E allora girovago, cerco.
Paese significa storia e storia significa lingua, impara la tua direzione da gente che non ti somiglia.
Sto per ripartire, e stavolta parto da sola. In un paese in cui non sono mai stata prima ma di cui conosco un po’ la lingua e la storia. Vado a vedere come si vede il mondo dalla sua metà, vado a sentire che ne pensano del mondo laggiù.
Poi, magari, se vi interessa, quando torno ve lo racconto. Perchè torno.

Il viaggiatore viaggia solo
e non lo fa per tornare contento
lui viaggia perchè di mestiere ha scelto il mestiere di vento.

Blog su WordPress.com.