pensierifluidi

3 maggio 2007

30 anni di marcia per le Madri di Plaza de Mayo

madresL’anno scorso ho camminato in circolo con loro in un freddo e grigio giovedì pomeriggio d’agosto. E di nuovo qualche settimane fa, il 1° marzo. Poi sono stata a visitare la loro “casa”, l’ufficio situato a Piedras 153, 1°A. Visto da fuori appare come un bell’edificio, alle finestre troneggiano l’insegna della Linea Fundadora e uno striscione che invita alla riapparizione “con vida” di Jorge Lopez (“scomparso” nel settembre 2006 molto probabilmente perché testimone chiave del processo sul terrorismo di stato in Argentina, proprio come Luís Gerez, sequestrato a dicembre 2006 e rilasciato dopo qualche giorno non senza essere stato nuovamente torturato, dopo trent’anni…). Varcando il portone ci si trova dinanzi ad un lungo corridoio vuoto e semibuio… un brivido ha attraversato la mia schiena e accompagnato l’eco rimbombante dei passi mentre lo percorrevo. Pensavo ad altri corridoi resi oscuri e interminabili dalle bende sugli occhi e dal terrore della tortura, da grida brutali e silenzi insostenibili.. In fondo al corridoio le scale, 4 rampe per raggiungere il 1° piano e di nuovo il lungo corridoio, fino in fondo. Sono stata accolta da un sorriso cordiale ma stupito… non sono attese visite il lunedì mattina, è il giorno di riunione della Linea Fundadora. Ma non mi è negata la visita all’ufficio e nemmeno qualche chiacchiera.
Maria Dolores, una delle iniziatrici della Linea Fundadora delle Madri di Plaza de Mayo mi accompagna a vedere fotografie, manifesti, quadri e sculture che parlano dei trent’anni di lotta di queste donne. Già, perché sono passati 30 anni esatti.
madres2
Era il 30 aprile 1977 quando per la prima volta 14 donne "ingenue, vecchie e molto addolorate", chiamate da Azucena Villaflor, si incontrarono nella Plaza de Mayo a chiedere ragione della sparizione dei loro figli; la polizia, definendole "locas" (pazze), tentò di allontanarle. “…Circolare, circolare”, dicevano le guardie, non sapendo che stavano dando l’impulso ad una danza senza fine, un circolo d’amore oltre la morte, di un gruppo di donne unite dal loro fazzoletto bianco con su scritto il nome dei figli, che esigevano VERITÀ e GIUSTIZIA per salvare l’identità dei loro cari.
Quel primo giorno, mi racconta Maria, non avvenne una semplice manifestazione attorno alla Piramide, monumento emblematico della libertà della Nazione, di fronte alla Casa del Governo, alla Catedral Metropolitana e al Cabildo. Quel giorno condivisero il loro dolore e decisero di incontrarsi nuovamente la settimana seguente e quella successiva ancora. Dalle 14 madri dell’inizio, ad ogni incontro il numero di partecipanti si duplicava. Maria mi racconta di come la ronda iniziò, qualche settimana dopo, quando la polizia cercò di disperderle dicendo che lo stato d’assedio non permetteva riunioni di più di due persone. Posso immaginare quel gruppo di donne prendersi sottobraccio e cominciare a camminare a due a due…
I loro figli furono detenuti e fatti sparire, “annullati” perché sognavano una patria più libera e giusta, perché erano impegnati nella realtà sociale, per la loro vocazione trasformatrice. A tutt’oggi le Madri rivendicano quel sogno, atrocemente interrotto. Non chiedono la lista dei morti, vogliono i nomi degli assassini. Non interessa semplicemente che i desaparecidos siano ricordati e loro stimate. Vogliono che i loro figli siano imitati nella loro ragione di vita: la lotta, gli ideali per cui in 30.000 sono stati sacrificati. Da madri di rivoluzionari sono diventate madri rivoluzionarie.
Foto0005Azucena restò con loro solo 250 giorni, poi, il 10 dicembre fu sequestrata e “scomparve”. Ester Ballestrini de Careaga e Maria Ponce de Bianco scomparvero due giorni prima di Azucena: sono le prime Madri Martiri.
Maria mi parla di loro mostrandomi i ritratti, sfogliando gli album da lei stessa rilegati con tutte le foto dei detenuti desaparecidos… ragazzi giovani, sorridenti, allegri… mi mostra l’immagine di suo figlio.. era poco più giovane di me quando fu preso, insieme alla fidanzata.
E inizia a raccontarmi un’altra agghiacciante verità: al pari dei beni patrimoniali, facevano parte del bottino di guerra anche i figli dei desaparecidos. Le detenute incinte venivano mantenute in vita fino alla nascita dei bimbi, tutto nel segno di un sinistro meccanismo di appropriazione, attraverso il quale i figli sequestrati dei desaparecidos furono obbligati a vivere con una falsa identità perdendo le proprie origini. Molti di loro continuano a vivere questo inganno: è possibile trovarli e devono essere cercati. È questo il compito portato avanti dalle Nonne di Plaza de Mayo.
Ma non solo.
Maria mi racconta ciò che avvenne nel ’78, durante il Campionato Mondiale di Calcio a Buenos Aires. Così come accadde alle Olimpiadi del ’36 nella Germania di Hitler, il Mondiale venne utilizzato per occultare i sequestri, le torture, i rapimenti di neonati e i delitti, che avvenivano nei più di 300 campi di detenzione e sterminio. Allora, la stampa internazionale convocata per l’evento, filmò con le telecamere le manifestazioni disperate delle Madri. Quelle immagini attraversarono mari e frontiere, rompendo il cerchio dell’occultamento imposto dalla Giunta dei Comandanti, che si perpetrava nella totale impunità grazie alla complicità di importanti settori della dirigenza imprenditoriale, politica ed ecclesiastica, dei mezzi di comunicazione e dei giudici della Nazione.
La Giunta Militare, caduta dopo la disfatta della guerra delle Isole Malvine (nel 1982), venne giudicata durante il governo costituzionale di Raul Alfonsín, suscitando nuove aspettative di VERITÀ e GIUSTIZIA, infrante poco tempo dopo dalle leggi di “Punto Final”, “Obbedienza Dovuta” e dal Decreto di Indulto, firmato dal Presidente Menem. Un continuo tira e molla concluso, si spera, con l’annullamento per incostituzionalità di queste leggi avvenuto nel 2005, sotto il governo Kirchner, da parte della Corte Costituzionale e dopo che le magistrature di molti paesi europei (di recente anche l’Italia) si sono interessate direttamente dei propri concittadini, condannando in contumacia i criminali.
Per questo la loro lotta per la denuncia e la diffusione di ciò che fu il Terrorismo di Stato continua tutt’oggi, rafforzata dalle collaborazioni con numerose molte organizzazioni internazionali a Difesa dei Diritti Umani.
Ripongono le loro speranze nelle nuove generazioni, che succedono a quelle dei loro figli scomparsi, in quella dei figli dei loro figli, in quella dei fratelli, in quella dei militanti sopravvissuti agli anni ’70 e in quella di tutti i giovani che hanno preso coscienza della situazione vissuta dal popolo argentino e che vogliono assumersi l’impegno di una partecipazione attiva e solidale nei confronti degli altri.
A loro è stato affidato il compito di essere MEMORIA, perché nel loro paese non ci sia MAI PIù repressione, perché tutti i figli possano crescere e maturare in libertà e GIUSTIZIA.
A tutti noi quello di comprendere e imparare questa lezione di coerenza, senza limitarci alla “commozione” di fronte alle loro vicende e al riduttivo stereotipo della madre che si batte per i propri figli. No. Non ci chiedono una pacca sulla spalla, ci chiedono un abbraccio sincero e la volontà di camminare nella loro direzione, non solo il giovedì pomeriggio, attorno alla Piramide. Così sì, un altro mondo è possibile.

7 marzo 2007

Il vento

Filed under: 2007 - Argentina,pensierifluidi — franpiedifreddi @ 16:17
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[5 de marzo, 2007]

Santa Maria de Los Buenos Aires.
Così chiamarono questa città i primi coloni. E meno male ci sono davvero questi “venti buoni” a spazzare via lo smog anche dagli angoli più nascosti di questa metropoli, tra le case di lamiera dei barrios periferici e i grattacieli e i palazzi storici del centro.
Qui sta arrivando l’autunno. I temporali sono frequenti e pericolosi gli acquazzoni (un barrio è tutt’ora allagato, da quasi 48 ore…), il “vento buono” non è più caldo e afoso, ma fresco e quasi pungente.
Quando rientrerò in Italia sarà quasi primavera. Quest’idea a tratti mi solleva.
Sul terrazzino al 16° piano di questo palazzo le raffiche di vento si stanno facendo più forti, più taglienti. Perfettamente adeguate al mio stato d’animo.

Anche quest’inverno ho seminato qualcosa… ma l’incombente primavera e la prossima estate non mi porteranno i germogli e i frutti sperati. Di nuovo.
Grazie al cielo non mi dedico esclusivamente alla monocoltura latifondista “a distanza”, perciò confido che dal piccolo orticello che mi circonda, quello più “prossimo” e talvolta, mea culpa! trascurato, arrivi, nonostante tutto, un energetico raccolto.

Il puzzle è quasi completato… e da ciò che apparirà ripartirò una volta tornata alla natia patria. Non credo sarà un’immagine attraente e afffascinate.. forse un po’ noiosa e patetica.. Pero soy yo.

Viaggiano i viandanti, viaggiano i perdenti più adatti ai mutamenti
Viaggia la polvere, viaggia il vento, viaggia l’acqua sorgente
viaggia Sua Santità
Viaggiano ansie nuove e sempre nuove crudeltà

Anche per questa volta ho fatto ballare Matilda..
E’ ora di tornare, approfittando de los buenos aires puruficadores.

Soledad

Filed under: 2007 - Argentina,pensierifluidi — franpiedifreddi @ 11:23
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Contemplavo con lo sguardo di un piccolo dio impotente l’agglomerato torbido e gigantesco, tenero e brutale, orribile e amabile, che come un terribile leviatano si ritagliava contro i nuvoloni a ovest.
Il sole calava e ad ogni secondo cambiava il colore delle nubi a ponente. Grandi strappi grigioviola si staccavano da un fondo di nuvole più lontane: grigie, lilla, violetto. Mi emozionai davanti a quel rosa, come se fossi ad una esposizione di quadri. Ma il rosa se ne andò correndo a poco a poco, incupendosi. Fino a che iniziò a spegnersi e, passando per il violaceo arrivò al grigio e finalmente al nero, ad annunciare la morte, che è sempre solenne e sempre alla fine conferisce dignità.
E il sole sparì.
Ed un giorno in più terminò a Buenos Aires: qualcosa di irrecuperabile per sempre, qualcosa che inesorabilmente avvicina di un passo lei alla propria morte. Così rapido, in fondo, così rapido! Una volta gli anni passavano lentamente e tutto sembrava possibile, in un tempo che le si estendeva davanti come un cammino aperto ed infinito, fino all’orizzonte. Ma ora gli anni corrono con rapidità crescente, verso l’incertezza, e ogni istante si soprende pensando “Sono passati 20 anni da quando lo vidi per l’ultima volta”, o qualche altra cosa tanto banale quanto tragica come questa; e pensando immediatamente, come davanti ad un abisso, che resta poco, miserabilmente poco, di quella marcia verso il nulla. E allora perchè?
E quando arrivava a questo punto, quando sembrava che nulla avesse senso, si imbatteva per caso in uno di quei cagnolini randagi, affamati e bisognosi di affetto, col loro breve destino (piccolo come il corpo e il loro piccolo cuore che resisteva valorosamente fino alla fine, difendendo quella vita piccola e umiliata sostenuti da una forza esigua), e allora, raccogliendolo, portandolo in un giaciglio improvvisato dove almeno non sentisse freddo, dandogli qualcosa da mangiare, avvicinandosi all’esistenza di quel povero animale, qualcosa di più enigmatico ma più potente della filosofia sembrava tornasse a dare un senso alla sua esistenza. Come due abbandonati alla solitudine che si avvicinano, uniti per scambiarsi un po’ di calore.

 
[Testo originale di Ernesto Sabato (da “La Resistencia”), liberamente e barbaramente tradotto da me.]

2 marzo 2007

Episodios Tangueros [3]

Filed under: 2007 - Argentina,pensierifluidi — franpiedifreddi @ 01:30
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Le mie lezioni di tango "aperte e gratuite" proseguono, mi piace, ma c’e’ bisogno di ballare e praticare davvero molto.
Oggi, come ieri, e l’altro ieri, e ogni giorno, alla milonga che intervalla le varie lezioni, m’e’ capitato di chiudere gli occhi e immaginare un abbraccio, lo posso sentire, percepirlo quasi fisicamente… e mi domando se mai avro’ la possibilita’ di ballare in quell’abbraccio, se vista da fuori questa "pareja" sarebbe coordinata, aggraziata, sinuosa, complice come alcune coppie che, pur non facendo coreografie aliene, tolgono il fiato… ne dubito.
La verita’ e’ che mi sento abbastanza tanguera… le melodie struggenti del piano, i suoni malinconici di violino e bandoneon, le note profonde del contrabbasso.. i testi costantemente drammatici… mi ci ritrovo molto. E’ reale. Non esistono "e vissero tutti felici e contenti". Il tango e’ la realta’. Del sentimento, della passione, dell’amore. E della sua fine.
In quanto a ballare, be’, ci sono momenti in cui mi sento una diva e altri in cui mi sento una capra coi tacchi a spillo.. dipende sempre moltissimo dal ballerino (eheh.. sempre colpa vostra, maschietti! ;o).. e alle lezioni gratuite non sempre si riesce a trovare gente bravina. Di norma i vecchietti sono una garanzia, sanno gia’ ballare bene e se non fanno i sapientini o non diventano troppo appiccicosi, ci si diverte anche. Il problema e’ che, contrariamente a quanto si pensa, non sono affatto innoqui! E chi e’ stato a La Casa de los Cubanos sa cosa intendo! ;o) Inoltre, parentesi feticista per dissolvere completamente qualsiasi aura mielosa e sdolcinata (che so non piace a tutti!!) sulla magia del tango, sarebbe meglio se sotto ai pantaloni portassero mutandoni "contenitivi"…

Un’altra categoria di ballerini di tango vagamente detestabile e’ quella incline alla socializzazione… uffa! Gia’ parto imbranata, devo concentrarmi a sentire la musica, capire il tempo, percepire la "marca" dell’uomo e magari ti capita quello che capisce che sei straniera, italiana pergiunta!, e ti racconta la storia della sua vita e quella di tre generazioni di parenti fino ad arrivare a quello di origine italiana… perche’ qui tutti hanno un parente italiano… enno’… non si fa cosi’, non quando si balla il tango… ci vuole silenzio… concentrazione… ma gli uomini, si sa, sono tutti un po’ marpioni… e i porteñi molto piu’ degli altri!

27 febbraio 2007

Episodios tangueros [2]

Coppia che sta silenziosa, un po’ rigida e in posa, a ballare, una sera:
la vita è solo una cosa rimasta indietro non c’è più, ma c’era;
composta e indomenicata, eleganza sfuocata raggiunta a fatica,
l’oggi ha cambiato facciata, ma di quell’ieri passato io so
che tante ne potreste raccontare e il ricordo stempera e non guasta
quante cose e facce da narrare che come si dice un romanzo non basta,
nate con un rapido "a domani", continuate in giorni di "si" e "no",
lampi sotto cieli suburbani e raffica il tango che vi presentò…

Lui biella, stantuffo, leva, muscoli, grinta, officina, sole
lei, lei quiete, chitarra, vela, segreti, donna, calore, viole,
lui bar, alcol ,nicotina, capelli indietro, cravatta, bici,
lei, lei rayon, lei signorina, la permanente coi ricci…

Coppia di fronte a un bianchino, anonimo vino frizzante anidride:
la vita che buffa cosa, ma se lo dici nessuno ride.
Coppia legata dai giorni, partenze e ritorni, fortezza e catena,
datemi i vostri ricordi, ditemi che ne valeva la pena…

Ora le luci son spente, sta uscendo la gente, saluti e rumore,
ditemi che avete in mente, come una volta, di fare l’ amore,
quello che è stato un segreto di un prato o di un greto, del buio di un viale,
quel gioco ardente e discreto, da allora sempre diverso ed uguale…
chi lo sa se ciò che è da cercare, ciò che non sai mai se vuoi o non vuoi,
sia così banale da trovare, sia lungo ogni strada, sia a fianco di noi,
perso in tante scatole di odori, angoli e tendine che non so

impronte di paesaggi e di colori, manciata di un tango che vi accompagnò…

Lui biella, stantuffo, leva, muscoli, grinta, officina, sole
lei, lei quiete, chitarra, vela, segreti, donna, calore, viole,
lui bar, alcol, nicotina, capelli indietro, cravatta, bici,
lei, lei rayon, lei signorina, lei, lei…

                                                                [Francesco Guccini, 1990]

Immagini da Posadas

Per accontentare Pina… e non solo! ;o)

26 febbraio 2007

Todo el mundo sale para dar la despedida

Quanta gente! Che… non so dirlo… emozione… termine generico, ma sempre in voga.
Enrico, Caro, Emilio, Merce, Pato, Adriana… tutti li’ a salutarmi mentre mi allontanavo a bordo del grande bus che mi ha riportato a Buenos Aires… per non parlare poi della piccola festicciola di arrivederci (mi piace pensare che sia cosi’) fatta all’hogar… allegria e malinconia allo stesso tempo, sorrisi e groppo in gola prima di salutare per la seconda volta questo piccolo angolo di mondo un po’ magico. Sto raccontando in ordine un po’ sparso quanto successo nei quattro giorni d’ossigeno e descanso passati a Posadas, ossigeno per lo spirito e descanso da tutto quello che e’ superfluo, oggettivamente ed emotivamente parlando… si’, preferisco decisamente un abbraccio ad un paio di scarpe rosse!
L’aria dell’hogar fa bene, la terra rossa di Misiones fa bene..
E faccio fatica a trovare le parole per dire il piacere che mi ha fatto l’essere accolta nuovamente con calore, scoprire che in molti non si sono scordati di questa scemotta col naso da clown e ne portano un buon ricordo… gli abbracci di Isa, le coccole dei bimbi, gli sguardi delle mamitas, le chiacchiere con Carolina.. Per non parlare poi della gente del centro di San Jorge, la famiglia di Ariel, los jóvenes del club… forse scrivo delle banalita’.. ma non sono cose cosi’ ovvie…
La stessa stanza da letto, gli stessi colori, la stessa terra rossa, il cielo azzurro, lo stesso verde della vegetazione, la stessa polvere, lo stesso sudore, lo stesso raffreddore… un po’ piu’ di caldo, il caldo subtropicale di fine estate… Ma sono passati sette mesi… mi sembra ieri ma mi sembra pure un’eternita’. Ho l’impressione che questo sia un luogo cruciale per quanto mi riguarda… troppe coincidenze, troppi fili sottili ed invisibili legano fisicamente ma soprattutto emotivamente questo luogo ai miei luoghi comuni. Non so esattamente per quale motivo mi sono ritrovata a Posadas.. ma credo che tornare, respirare di nuovo questa polvere, riempirmi gli occhi di questi colori, stringere di nuovo molte mani, tomar nuovamente mate mi abbia fatto chiudere un cerchio, un cerchio imperfetto. Un altro.

24 febbraio 2007

Amicizie a distanza

Il tema di oggi è “Coltivare le amicizie a distanza”.
Sì, lo so… apparentemente non c’entra nulla col fatto che sto in Argentina, ma c’ho pensato e ripensato per gran parte del viaggio in pullman tra Posadas e Buenos Aires, l’altra notte… perciò, un pochetto, c’entra.
Della serie “Se son di umore nero allora scrivo”…
 
Anzitutto, c’è da chiarire cosa si intende per distanza. Distanza fisica? Distanza intellettuale? Distanza temporanea? Distanza prolungata o definitiva?
Be’, penso che la gestione di un’amicizia quando tra qualche persona c’è una distanza di tipo intellettuale non sia così problematica. È probabile che i soggetti in questione abbiano in comune altri interessi. Che ne so, magari frequentano la stessa palestra, o sono appassionati di calcio, di motociclismo e via così… e grazie a questi interessi non dovrebbe risultare difficile coltivare l’amicizia.
Diversa invece è la faccenda se parliamo di distanza fisica o geografica, che può protrarsi in un tempo più o meno lungo e in maniera più o meno intensa.
In questo caso, al giorno d’oggi la tecnologia ci viene incontro offrendoci un’ampia scelta tra i mezzi di comunicazione più svariati. Doppino telefonico, cellulare/ satellitare/ videotelefono, SMS, MMS, messaggi vocali, chat di ogni sorta, email, blog, telegrammi e per i più romantici e nostalgici la cara vecchia bic nera o la stilografica della laurea e i fogli di carta profumati… Wow!
Anche in questo caso, il problema sembra non porsi… Ma…
Ma magari qualcuno è talmente indaffarato da non avere più il tempo di passare in cartoleria per comprare la bic nera e sedersi a scrivere qualche riga… o qualcun altro può essere affetto da una strana patologia tale per cui appena risponde al telefono/ cellulare/ satellitare o qualsiasi altro mezzo utilizzato per le conversazioni vocali a distanza, gli si seccano le corde vocali, si intirizziscono i pensieri, la memoria va in tilt e non riesce nemmeno a raccontare com’è andata la giornata, esprimendosi esclusivamente a monosillabi intervallati dai sovrumani silenzi di leopardiana memoria.
Però ci sono gli sms… ma magari uno non è dotato i sintesi o ama a tal punto la Lingua Italiana da provare una repulsione quasi fisica nell’usare abbreviazioni e lettere sostitutive (tipo la K… brrrrrr!)… o quello che detesta il T9 e ci mette due tre quarti d’ora per scivere “ciao tutto bene!” (col punto esclamativo, perché quello interrogativo non sa dove sta nascosto… oppure c’ha le dita gorde e un modello di cellulare coi tasti più piccoli di quelli per regolare un orologio al quarzo e col solo pollice sinistro digita l’intero alfabeto…
Oppure c’è quello impedito col computer, e quindi lasciamo stare qualsiasi strumento ad esso legato… per non parlare poi di quello che impedito non è, diciamo che informaticamente parlando è autosufficiente ma non essendo costretto a stare davanti al pc per lavoro, ci sta solo per perdere tempo, magari in un momento di tristezza e passato il momento si tiene lontano da questa macchina il più possibile.
Eh, la faccenda si complica. A quanto pare, per coltivare un’amicizia a distanza è necessario trovare un mezzo di comunicazione che metta il meno possibile a disagio le parti, o perlomeno che le parti siano disposte a trovare un compromesso, almeno ogni tanto.
Ma forse la questione è un’altra.
Penso che per coltivare un’amicizia a distanza ci si debba chiedere perché si vuole coltivare questa amicizia a distanza.
Qui la lista delle motivazioni può essere lunghissima e del tutto personale. Ma se si riesce a trovare anche una sola risposta a questa domanda, allora il dilemma è risolto, allora il mezzo di comunicazione diventa un fattore secondario, allora la distanza si colma…
Per quanto mi riguarda, i motivi per cui vorrei coltivare alcune amicizie a distanza si riuassumono nel solito, banale, melenso, ritrito ti voglio bene che significa che m’importa di te, di come stai, di quello che fai, di quello che ti preoccupa e di quello che ti rende felice a momenti, di qual è stato il massimo e il minimo della giornata, di quello che hai sognato stanotte (a proposito… io ho sognato di avere un bradipo minuscolo, grande quanto una cavalletta e che nascendo usciva da un bozzolo tipo farfalla, un arto alla volta, strabuzzando gli occhietti… ).
Ma bisogna essere (almeno) in due a pensarla così.
 
 
[24/02/2007]

Episodi Salseri

Sembra che Buenos Aires pulluli di vita salsera… avevamo una lista di numerosi locali ma, a quanto pare, durante la settimana sono quasi tutti chiusi.
Giovedì sera abbiamo provato Brujas, un locale non lontano dall’appartamento… un buco esageratamente “cubano”, pista sotterranea di cemento peggio di quella delle Busatte, molto reggaeton, salsette un po’ vecchiotte ma molto belle… e soprattutto inviti come se piovesse!
Buio, fumo, musica a volume altissimo, gente che balla da sola…
Sorpresa e stupore quando, poco dopo l’esibizione dello staff di animazione, il dj mette Miguel Enrique e la “nostra” Abre que voy seguita poi da un paio di pezzi decisamente inaspettati dei Croma Latina (n.d.r.: i Croma Latina sono un gruppo italiano che fa musica cubana… come siano finiti tra i cd di un dj di Baires, resta un mistero… ;o) … e posso dire di aver ballato la seconda salsa più bella della mia vita con uno sconosciuto colorato e un po’ esibizionista come il Negro.
Ieri notte abbiamo provato un locale un po’ più “europeizzato”, l’Azucar… bleah… salsette romantiche e portoricane, moltissimi argentini e colombiani, probabilmente nessun cubano… buuuuu…
Ma possiamo decisamente bullarci raccontando che l’animatore del locale ci si è avvicinato e detto di averci riconosciute: “voi eravate al Brujas l’altra sera, nevvero?” … eheheh!
[19/02/2007]

18 febbraio 2007

episodios tangueros [1]

El tango es
una metáfora
de la Pasión y de la Vida.
La Pasión se hace Danza
Hombre y Mujer
Música y Danza
Reunidos en la magia del Istante
En cada paso, en cada nueva figura
que lo cuerpos dibujan,
crece el propio bailarín
son ellos quienes convocan
a la musa del encuentro en
el Abrazo.
 
Penso che questi versi riassumano efficacemente quanto ho visto, udito e respirato alla Confitería Ideal, nella cornice di un palazzo storico di Baires, diventato monumento nazionale.
Qui, tra la musica di sottofondo, i lampadari di metà Ottocento, gli specchi, i soffitti decorati, i tavolini di rovere e marmo, i vetri colorati, le foto di Gardel e altri famosi tangueros che adornano le pareti, ci si sente investiti da folate di tango, salendo le scale, gradino per gradino, gli stessi gradini calpestati da Madonna nelle vesti di Evita e da chissà quante altre persone in quasi un secolo…
Su, al secondo piano, era da poco iniziata la milonga pomeridiana, poche coppie in pista, due o tre sedute ai tavolini… la milonga dei “vecchietti”… qualcuno dei presenti camminava a fatica, uno addirittura usava il bastone. Ma una volta in pista, abbracciata la mujer, si trasformavano, acquisendo grazia ed equilibrio, quasi per magia… la milonga pomeridiana è quella de los traiciónes, dei tradimenti, frequentata da chi la sera non può uscire per ballare il tango, chissà, magari qualcuno “tiene famiglia”…
che meraviglia vedere queste coppie “mature” alzarsi dalla sedia, guardarsi intensamente per un istante, a volte scambiarsi un bacio e appena inizia il brano abbracciarsi, percepirsi, comprendersi attraverso il movimento, corpo a corpo, sin palabras, senza parlare, ad occhi chiusi… wow…
Io dovrò aspettare ancora un po’ prima di lanciarmi in pista.. il festival del tango e le mie lezioni iniziano il 24…nel frattempo mi incanto a guardare queste magie che la musica e la passione possono scaturire…
come ieri sera, ad uno show di tango sempre alla Confitería Ideal… cinque musicisti, un cantante, due coppie di tangueros si sono alternati sul palco per più di due ore, esibendosi in tango, milonga, tango valtz, brani eterni, senza tempo nella magia di questa città..
La malinconia dei testi, dei movimenti, delle note… “Mia cara Buenos Aires, quando potrò rivederti non ci saranno più pene né oblio”…
L’orologio alla parete continuava a segnare le otto meno venti e davvero sembrava che il tempo si fosse fermato…
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