pensierifluidi

24 aprile 2013

Quel giorno d’Aprile

Filed under: Memorie e Resistenze,Pagine sparse — franpiedifreddi @ 20:37

..suona ancora per tutti campana e non stai su nessun campanile
perché dentro di noi troppo in fretta ci allontana
quel giorno di aprile.

[Festeggiate domani, e festeggiamo bene!]

 

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27 gennaio 2012

Comode commemorazioni

Filed under: Memorie e Resistenze,pensierifluidi — franpiedifreddi @ 17:39
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Ogni tempo ha il suo fascismo: se ne notano i segni premonitori dovunque la concentrazione di potere nega al cittadino la possibilità e la capacità di esprimere ed attuare la sua volontà. A questo si arriva in molti modi, non necessariamente col terrore dell’intimidazione poliziesca, ma anche negando o distorcendo l’informazione, inquinando la giustizia, paralizzando la scuola, diffondendo in molti modi sottili la nostalgia per un mondo in cui regnava sovrano l’ordine, ed in cui la sicurezza dei pochi privilegiati riposava sul lavoro forzato e sul silenzio forzato dei molti.

(Primo Levi, L’asimmetria e la vita – Corriere della sera, 8 maggio 1974)

 

Oggi non c’è tempo per la memoria. O meglio, io non ho molto tempo da dedicare alla memoria.

Ho il sospetto che sia una condizione condivisa da molte persone vista la blanda deriva commemorativa che sta prendendo la giornata del 27 gennaio anno dopo anno.

Dovrebbe chiamarsi “Giornata della commemorazione” per essere un po’ più coerenti: lo spot televisivo commemorativo; il discorso istituzionale commemorativo; il film a tema commemorativo; la mostra fotografica commemorativa; lo spettacolo teatrale commemorativo. Il tutto concentrato nella giornata della commemorazione o nella settimana della commemorazione, giusto per commemorare un po’ di più.

Commemorare è comodo e facile, ma inutile.

Ricordare diventa sempre più faticoso e difficile.

Approfondire per capire la natura e le condizioni di certi eventi è apparentemente impossibile perché non è sufficiente un giorno all’anno.

Eppure basterebbe solamente leggere ogni tanto qualche pagina di Primo Levi.

27 gennaio 2011

Le memorie, i ricordi, il senno di poi..

da l'Unità del 26/01/2011

Primo Levi
«Dal fascismo ad Auschwitz c’è una linea diretta»
L’intervista ritrovata.
Il grande scrittore in una conversazione inedita del 1973 con un giovane studente.
«Oggi “Se questo è un uomo” lo riscriverei completamente, per mettere in luce le responsabilità italiane nella Shoah»
di Marco Pennacini

La politica:
«Il mio libro? Oggi verrebbe fuori una cosa completamente diversa: metterei in risalto il suo valore politico…»
Nel campo:
«Immagazzinavamo tutto voracemente, ci interrogavamo a vicenda per sapere ciascuno la storia degli altri»
Invenzioni tricolori:
«Lo sterminio industriale è tedesco. Ma la violenza a scopo politico in questo secolo è un’invenzione italiana»
I giovani:
«Queste cose vengono sentite come arcaiche, come i garibaldini, come la rivoluzione francese, qualcosa di molto lontano…» 
Primo Levi, come mai ha voluto scrivere "Se questo è un uomo"?
«Perché ero appena ritornato dalla prigionia, e avevo un tremendo bisogno di raccontare queste cose, un bisogno che diventava ossessione.(…) Nel lager cercavo di immagazzinare tutto, di mettere tutto in una specie di tasca».
Allora vedevi già con un occhio più distaccato quel che ti succedeva…
«No, non era possibile. Nel lager c’era il problema di sopravvivere. Sì, avevo una vaga idea di sopravvivere per scrivere, questo sì, mi ricordo di averlo detto a qualcuno. Addirittura quando ero in laboratorio e avevo una matita e un quaderno ho scritto qualche pagina».
Che poi hai perso…
«L’ho persa, l’ho scritta così, per l’urgenza di scrivere, sapendo benissimo che poi l’avrei persa». Certo.
«Ma era molto importante per me allora la possibilità di diventare un testimone, lo sentivo già allora. Non solo io, ma un po’ tutti, tutti quelli con cui si parlava dicevano: “È importante sopravvivere per poterlo raccontare perché il mondo le sappia queste cose”. Avevamo piena consapevolezza: però non è che questo ci permettesse di fare gli esploratori del lager. Non era possibile, c’erano questioni immediate, come quello di trovare un pezzo di pane, di proteggersi, di aver salva la vita. Quindi io e altri immagazzinavamo tutto voracemente, tutte le esperienze. Anzi, ci interrogavamo a vicenda per sapere ciascuno la storia degli altri. Ed effettivamente cadevano su un terreno buono, perché queste cose sono indimenticabili. Io ancora adesso mi ricordo le facce di gente vista trent’anni fa».
Le facce?
«Le facce. Tanto che quando mi è successo, come mi è successo, di ritrovarne qualcuno, l’ho subito riconosciuto, e lui me. Ho riconosciuto, ho ritrovato Pikolo, quello del canto di Ulisse… Jean…»
E questa discussione su Ulisse, si è svolta veramente?
«Non c’è niente di inventato nel libro. Non c’è nulla di inventato. non una parola.(…) L’unica autocritica che potrei fare è quella che non ho messo in luce abbastanza questa validità politica del libro».
Parli di “Se questo è un uomo”?
«Se non lo avessi scritto allora lo scriverei adesso».
Ma lo scriveresti con le stesse intenzioni?
«No».
Come un documento?
«No: lo scriverei, in primo luogo, con lo stile di un uomo che ha trent’anni di più, e trent’anni di più vogliono dire molta esperienza in più e molta vitalità in meno. Quindi non so cosa verrebbe fuori: verrebbe fuori una cosa completamente diversa. Soprattutto però lo scriverei oggi con riferimento preciso al fascismo di oggi che nel libro non c’è. Quando ho scritto Se questo è un uomo il fascismo era finito, non c’era più, era chiaro come il sole che non c’era. Era finito di fatto, era stato sepolto, come partito politico non c’era né in Italia né in Germania. Ma se lo scrivessi oggi… userei il mio libro come uno strumento».
Lo strumentalizzeresti, diciamo…
«Sì, già lo userei come strumento. Lo faccio quando vengono i ragazzi a parlarmi. Tendo a mettere in chiaro che c’è una linea diretta che parte dalle stragi di Torino del ’22, Brandimarte (capo delle squadre d’azione fascista: è lui a guidare la strage che a Torino, il 18 dicembre del 1922, porta alla morte di 14 antifascisti e alla distruzione della Camera del Lavoro. Nel novembre del 1971, al funerale, un reparto di 27 bersaglieri del 22 ̊ reggimento fanteria della divisione Cremona, al comando di un ufficiale, rende gli onori militari alla sua salma, ndr), e finisce ad Auschwitz. C’è una continuità abbastanza evidente».
Sì, c’è una continuità, ma hai detto che lo sterminio riguardava i tedeschi, no?
«Stiamo parlando di qualcosa che è stato inventato in Italia e perfezionata in Germania»
Ah! è stata inventata in Italia…
«Le prime stragi fasciste sono italiane… sono torinesi».
Pensavo che…
«Lo sterminio industriale è tedesco. Ma la violenza a scopo politico in questo secolo è un’invenzione italiana».
Ho capito.
«Il fascismo è un brevetto italiano, eh!»
Purtroppo…
«Torinese, voglio dire. Insomma la strage del ’22…. Era una caccia, una caccia per le strade. Non so se hai letto qualcosa in proposito…».
Sì, qualcosa…
«Brandimarte (…), è morto nel suo letto (…). È stato assolto per insufficienza di prove».
Sì, ma c’è tanta gente ancora che gira…
«Sì, veterani».
Sì,sì.
«Federali. Capi di gabinetto, capi giunta, Almirante: appunto, se scrivessi oggi, metterei più in chiaro questa cosa (…). Quando ho scritto Se questo è un uomo ero convinto che meritasse la pena di documentare certe cose perché erano finite. Adesso non sono più finite, bisogna parlarne di nuovo».
Allora diciamo che lo scriveresti sotto un profilo meno scientifico, più…
«No, penso che non toglierei niente, però aggiungerei molto».
Ah! capisco, e perché non lo fai?
«Perché non si può scrivere due volte lo stesso libro. (…) Come ti dicevo prima, che c’è una linea diretta fra Brandimarte e Auschwitz. Questa linea non finisce ad Auschwitz, continua in Grecia, è continuata in Algeria con i francesi. È continuata in Unione Sovietica, puoi dire di no?» (…)
A proposito di “Se questo è un uomo” e di “La tregua”: credi che servano, diciamo, per educare ad una certa coscienza?
«Dipende dall’insegnante. Il fatto stesso che venga scelto quel testo, testimonia che l’insegnante ha delle buone intenzioni, cosa poi ne nasca non so dirtelo. Ho l’impressione che in generale perché vengono molti ragazzi qui, o mi telefonano per avere delle informazioni che queste cose vengono sentite, appunto, come passato remoto, una cosa un capitolo arcaico, come i garibaldini insomma, come la rivoluzione francese, una cosa molto, molto lontana. Infatti è abbastanza lontana nel tempo, ma… solo nel tempo è lontana»…
(…)

.. e dagli archivi della RAI

 

4 aprile 2008

25 aprile

In fondo, non sarebbe poi così difficile festeggiare il 25 aprile: basterebbe essere antifascisti. (M. Serra)

Ma quest’anno c’è un’ulteriore bella proposta, non solo per festeggiare ma per tornare ad essere in un certo senso protagonisti.
Tutto è nato una sera di febbraio, seduti ai tavoli di un accogliente locale tra amici, tra una fetta di salame e una forchettata di pappardelle al ragù.
Quella sera s’è mangiato, riso, cantato a tavola i vecchi canti popolari, canti di tutti, parole e musica che hanno unito persone di tutte le età al coro delle Mondine di Novi.
Da quella serata e dall’ottimo lavoro del progetto "Mondine 2.0 – Di madre in figlia" è partita la proposta di allungare i tavoli, tagliare altre fette di salame, schiarire la voce e ritrovarci il 25 aprile in 7000 e più, a casa dei Fratelli Cervi,
tra Valle Re e i Campi Rossi, di nuovo in compagnia delle mondine e con loro i Fiamma Fumana, Cisco, la Casa del Vento, Franco del Fuorioraio. E perché mai?
Per festeggiare il 25 aprile.
Per cantare il 25 aprile.
Per ricordare il 25 aprile.
Per far sì che ogni giorno sia il 25 aprile.
Perchè, in fondo, le nostre radici partono anche da lì e, in fondo, sono resistenti.

7 novembre 2007

Filed under: Memorie e Resistenze,pensierifluidi — franpiedifreddi @ 11:16
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enzobiagiUn Uomo, un Partigiano, un Giornalista, un Nonno…

3 maggio 2007

30 anni di marcia per le Madri di Plaza de Mayo

madresL’anno scorso ho camminato in circolo con loro in un freddo e grigio giovedì pomeriggio d’agosto. E di nuovo qualche settimane fa, il 1° marzo. Poi sono stata a visitare la loro “casa”, l’ufficio situato a Piedras 153, 1°A. Visto da fuori appare come un bell’edificio, alle finestre troneggiano l’insegna della Linea Fundadora e uno striscione che invita alla riapparizione “con vida” di Jorge Lopez (“scomparso” nel settembre 2006 molto probabilmente perché testimone chiave del processo sul terrorismo di stato in Argentina, proprio come Luís Gerez, sequestrato a dicembre 2006 e rilasciato dopo qualche giorno non senza essere stato nuovamente torturato, dopo trent’anni…). Varcando il portone ci si trova dinanzi ad un lungo corridoio vuoto e semibuio… un brivido ha attraversato la mia schiena e accompagnato l’eco rimbombante dei passi mentre lo percorrevo. Pensavo ad altri corridoi resi oscuri e interminabili dalle bende sugli occhi e dal terrore della tortura, da grida brutali e silenzi insostenibili.. In fondo al corridoio le scale, 4 rampe per raggiungere il 1° piano e di nuovo il lungo corridoio, fino in fondo. Sono stata accolta da un sorriso cordiale ma stupito… non sono attese visite il lunedì mattina, è il giorno di riunione della Linea Fundadora. Ma non mi è negata la visita all’ufficio e nemmeno qualche chiacchiera.
Maria Dolores, una delle iniziatrici della Linea Fundadora delle Madri di Plaza de Mayo mi accompagna a vedere fotografie, manifesti, quadri e sculture che parlano dei trent’anni di lotta di queste donne. Già, perché sono passati 30 anni esatti.
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Era il 30 aprile 1977 quando per la prima volta 14 donne "ingenue, vecchie e molto addolorate", chiamate da Azucena Villaflor, si incontrarono nella Plaza de Mayo a chiedere ragione della sparizione dei loro figli; la polizia, definendole "locas" (pazze), tentò di allontanarle. “…Circolare, circolare”, dicevano le guardie, non sapendo che stavano dando l’impulso ad una danza senza fine, un circolo d’amore oltre la morte, di un gruppo di donne unite dal loro fazzoletto bianco con su scritto il nome dei figli, che esigevano VERITÀ e GIUSTIZIA per salvare l’identità dei loro cari.
Quel primo giorno, mi racconta Maria, non avvenne una semplice manifestazione attorno alla Piramide, monumento emblematico della libertà della Nazione, di fronte alla Casa del Governo, alla Catedral Metropolitana e al Cabildo. Quel giorno condivisero il loro dolore e decisero di incontrarsi nuovamente la settimana seguente e quella successiva ancora. Dalle 14 madri dell’inizio, ad ogni incontro il numero di partecipanti si duplicava. Maria mi racconta di come la ronda iniziò, qualche settimana dopo, quando la polizia cercò di disperderle dicendo che lo stato d’assedio non permetteva riunioni di più di due persone. Posso immaginare quel gruppo di donne prendersi sottobraccio e cominciare a camminare a due a due…
I loro figli furono detenuti e fatti sparire, “annullati” perché sognavano una patria più libera e giusta, perché erano impegnati nella realtà sociale, per la loro vocazione trasformatrice. A tutt’oggi le Madri rivendicano quel sogno, atrocemente interrotto. Non chiedono la lista dei morti, vogliono i nomi degli assassini. Non interessa semplicemente che i desaparecidos siano ricordati e loro stimate. Vogliono che i loro figli siano imitati nella loro ragione di vita: la lotta, gli ideali per cui in 30.000 sono stati sacrificati. Da madri di rivoluzionari sono diventate madri rivoluzionarie.
Foto0005Azucena restò con loro solo 250 giorni, poi, il 10 dicembre fu sequestrata e “scomparve”. Ester Ballestrini de Careaga e Maria Ponce de Bianco scomparvero due giorni prima di Azucena: sono le prime Madri Martiri.
Maria mi parla di loro mostrandomi i ritratti, sfogliando gli album da lei stessa rilegati con tutte le foto dei detenuti desaparecidos… ragazzi giovani, sorridenti, allegri… mi mostra l’immagine di suo figlio.. era poco più giovane di me quando fu preso, insieme alla fidanzata.
E inizia a raccontarmi un’altra agghiacciante verità: al pari dei beni patrimoniali, facevano parte del bottino di guerra anche i figli dei desaparecidos. Le detenute incinte venivano mantenute in vita fino alla nascita dei bimbi, tutto nel segno di un sinistro meccanismo di appropriazione, attraverso il quale i figli sequestrati dei desaparecidos furono obbligati a vivere con una falsa identità perdendo le proprie origini. Molti di loro continuano a vivere questo inganno: è possibile trovarli e devono essere cercati. È questo il compito portato avanti dalle Nonne di Plaza de Mayo.
Ma non solo.
Maria mi racconta ciò che avvenne nel ’78, durante il Campionato Mondiale di Calcio a Buenos Aires. Così come accadde alle Olimpiadi del ’36 nella Germania di Hitler, il Mondiale venne utilizzato per occultare i sequestri, le torture, i rapimenti di neonati e i delitti, che avvenivano nei più di 300 campi di detenzione e sterminio. Allora, la stampa internazionale convocata per l’evento, filmò con le telecamere le manifestazioni disperate delle Madri. Quelle immagini attraversarono mari e frontiere, rompendo il cerchio dell’occultamento imposto dalla Giunta dei Comandanti, che si perpetrava nella totale impunità grazie alla complicità di importanti settori della dirigenza imprenditoriale, politica ed ecclesiastica, dei mezzi di comunicazione e dei giudici della Nazione.
La Giunta Militare, caduta dopo la disfatta della guerra delle Isole Malvine (nel 1982), venne giudicata durante il governo costituzionale di Raul Alfonsín, suscitando nuove aspettative di VERITÀ e GIUSTIZIA, infrante poco tempo dopo dalle leggi di “Punto Final”, “Obbedienza Dovuta” e dal Decreto di Indulto, firmato dal Presidente Menem. Un continuo tira e molla concluso, si spera, con l’annullamento per incostituzionalità di queste leggi avvenuto nel 2005, sotto il governo Kirchner, da parte della Corte Costituzionale e dopo che le magistrature di molti paesi europei (di recente anche l’Italia) si sono interessate direttamente dei propri concittadini, condannando in contumacia i criminali.
Per questo la loro lotta per la denuncia e la diffusione di ciò che fu il Terrorismo di Stato continua tutt’oggi, rafforzata dalle collaborazioni con numerose molte organizzazioni internazionali a Difesa dei Diritti Umani.
Ripongono le loro speranze nelle nuove generazioni, che succedono a quelle dei loro figli scomparsi, in quella dei figli dei loro figli, in quella dei fratelli, in quella dei militanti sopravvissuti agli anni ’70 e in quella di tutti i giovani che hanno preso coscienza della situazione vissuta dal popolo argentino e che vogliono assumersi l’impegno di una partecipazione attiva e solidale nei confronti degli altri.
A loro è stato affidato il compito di essere MEMORIA, perché nel loro paese non ci sia MAI PIù repressione, perché tutti i figli possano crescere e maturare in libertà e GIUSTIZIA.
A tutti noi quello di comprendere e imparare questa lezione di coerenza, senza limitarci alla “commozione” di fronte alle loro vicende e al riduttivo stereotipo della madre che si batte per i propri figli. No. Non ci chiedono una pacca sulla spalla, ci chiedono un abbraccio sincero e la volontà di camminare nella loro direzione, non solo il giovedì pomeriggio, attorno alla Piramide. Così sì, un altro mondo è possibile.

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