pensierifluidi

17 settembre 2009

Sproloqui notturni ad alta quota

 

Seduta sul muretto, col vento che mi scompiglia i capelli – e fa piuttosto freddo, una gelida notte delle Ande – accendo una sigaretta e aspiro, facendo scendere questo momento nei polmoni, godendo della miglior solitudine che un essere umano possa provare: quella che gli permette di apprezzare la bellezza e l’armonia e il silenzio, sentendosi unico e al tempo stesso parte di tutto, solitario e partecipe, osservatore e protagonista.
Quassù fa freddo, e l’ho già detto. Dormo nel dispensario medico, normalmente utilizzato come magazzino – dato che non c’è un medico o un infermiere o qualsiasi altro servizio sanitario, anche saltuario – e attualmente trasformato in casetta. C’è il letto, con assi di legno e materasso troppo duri pure le mie ossa abituate al pavimento, un tavolo, due seggioline prese in prestito dalle aule scolastiche, un fornello a gas e il pentolame minimo. L’acqua manca, vado a prenderla alla cisterna che sta in cortile: sembra l’acqua della piscina, stra carica di cloro. Il bagno non c’è, utilizzo quello dei miei vicini di casa, Kris e Pato.
Pambamarca non è un posto per andare in vacanza o fare turismo. Se vedi dieci chilometri quadrati di páramo, l’hai visto tutto. Se vedi un lama, un alpaca, li hai visti tutti. Eppure qui c’è qualcosa che mi attrae, qualcosa di indefinibile: tutto ciò che sto scrivendo in questi giorni non è che un vago tentativo di spiegare (e spiegarmi) cos’è.
Quassù, come negli altri paesi di questa America che conosco, c’è la sensazione che lo spazio non finisca mai. Se mi imbatto in qualche rovina, qualche muro diroccato in mezzo al nulla e mi chiedo cos’è successo li’, quali storie si nascondono in quei muri rimasti a stento in piedi. La – poca – gente che si incontra racconta storie spesso terribili, per loro normali. Spesso sono disperati che hanno perfino dimenticato perché lo sono.. perché questa è la loro vita, come lo è stata quella dei loro padri. Praticano la rassegnazione come una specie di disciplina di vita. Sognano di andare via, ma sanno che non partiranno mai. Ai loro figli viene data una possibilità in più: l’istruzione. Strumento fondamentale per l’educazione e la conoscenza, per strapparli dall’ignoranza e dall’emarginazione sociale ereditaria ed ereditata, di cui da sempre – da quando li abbiamo scoperti – sono vittime i sopravvissuti delle popolazioni indigene.
La sigaretta è finita. Una debole luna, quarto calante opposto e gemello a quello che si vede in Europa penzola come un osso. I piedi, di solito semplicemente freddi, stanno perdendo la sensibilità.. ma da qui posso vedere la croce del sud e la stella polare. Nord e Sud. I miei occhi abbracciano la volta esagerata nel cielo stellato.. tremola allegramente, come se rispondesse in maniera affermativa alla domanda che sorge dai miei alluci: vale la pena tutto questo?

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2 commenti »

  1. certo che ne vale la pena!

    Buona continuazione.

    Commento di utente anonimo — 28 settembre 2009 @ 09:02 | Rispondi

  2. Ehy! Sono tornata!
    ;o)

    Commento di franpiedifreddi — 28 settembre 2009 @ 13:25 | Rispondi


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